Le intolleranze alimentari rappresentano un problema sempre più diffuso, colpendo circa il 20% della popolazione. Si tratta di reazioni avverse a determinati cibi che, pur non coinvolgendo direttamente il sistema immunitario come nelle allergie, possono causare una serie di sintomi fastidiosi e persino seri che impattano negativamente sulla qualità della vita.
Le intolleranze alimentari esistono da sempre, almeno da quando c’è memoria d’uomo, perché già Ippocrate, quindi parliamo di 2400 anni fa, le segnala in un breve suo scritto, dove con grande umiltà riporta
non so per quale motivo ma ho notato che gli allergici se restano privi nella dieta di alcuni alimenti
e cita soprattutto latte, formaggi, focacce e birra, che sono poi gli stessi alimenti che danno intolleranza ancora oggi
o migliorano o guariscono.
Pur trovando testimonianze di questa problematica sin dall’antichità, se ne perdono poi completamente le tracce fino al 1800, periodo storico in cui si iniziò a mettere in relazione certe patologie e l’alimentazione. Verso la metà del secolo scorso abbiamo poi l’esplosione finalmente della ricerca su queste intolleranze, grazie a quel gruppo di medici statunitensi ed anglosassoni, che diedero l’avvio alla nuova scienza definita poi ECOLOGIA CLINICA, tra gli anni ’20 e gli anni ’40.
È da lì che si recupera Ippocrate, e poi pian piano si va sulla ricerca, la metodica delle diagnosi e così via. È vero quindi che i casi di intolleranza sono in costante aumento, ma ciò si deve anzitutto all’aumento delle diagnosi. Ciò nonostante, oggi, rispetto a 50 anni fa o a un secolo fa, abbiamo molte più intolleranze, probabilmente per l’effetto di sostanze chimiche, tossiche, inquinanti, non solo ambientali, ma soprattutto alimentari, che vanno ad aggravare la situazione di tossicità dell’organismo e quindi creano una maggiore sensibilità a certe proteine.
Che differenza c’è tra allergie ed intolleranze alimentari?
Si tratta di due condizioni totalmente diverse, anche se purtroppo nella pratica clinica molti medici tendono ancora a confonderle. L’allergia è quella che tutti più o meno conosciamo, perché c’è un rapporto di causa-effetto, cioè ingerisco o vengo comunque a contatto con un allergene e nel giro di poco tempo ho una reazione (talvolta istantanea con rischio di morte, se non trattata adeguatamente, come nello shock anafilattico), cosa che invece non succede nelle intolleranze alimentari, perché si va per accumulo.
Qual è la differenza? Nell’allergia intervengono tra le altre, l’istamina, le immunoglobuline di tipo E e quelle di tipo G, mentre l’intolleranza è qualcosa di diverso, ovvero l’incapacità di metabolizzare del tutto o in parte quel dato alimento, quella data sostanza.
Cosa succede non metabolizzando? Metabolizzare vuol dire “disintegrare” in modo da poter da lì ricavare tutti i nutrienti di cui il nostro corpo ha bisogno. Succede che queste sostanze – nella maggior parte dei casi si parla di proteine – vengono accumulate nell’organismo, per usare una metafora “atomica”, come delle scorie tossiche o della spazzatura e quindi piano piano si accumulano. In questa fase il più delle volte il paziente non avverte dei sintomi. L’intolleranza quindi lavora in modo subdolo, perché non si riesce da subito a ricostruire quel rapporto di causa-effetto che provoca il sintomo.
Questi alimenti ingeriti diventano tossine di origine alimentare, perché non riusciamo a metabolizzarle e si accumulano, soprattutto, nel sistema linfatico, nei nostri filtri naturali come il fegato e i reni ad es. o nel sottocutaneo, ovunque ci sia possibilità di depositarle e di contenerle. Quando però l’eccesso di questo accumulo tossico diventa insostenibile per l’organismo, il corpo reagisce ed abbiamo il manifestarsi dei sintomi.
Alcune tossine sono fisiologiche, prodotte dalle cellule continuamente per il fatto stesso di esistere (ricambio cellulare: questa definizione considera essenzialmente l’equilibrio tra la massa delle cellule che muoiono e quelle che le sostituiscono, con il tasso di ricambio totale della massa cellulare umana del valore di 80 ±20 g d-1). Noi possiamo definirci un aggregato di miliardi di miliardi di miliardi di cellule, ognuna delle quali è un individuo che, ovviamente, come tutti, respira, mangia, si nutre, quindi beve e espelle rifiuti. Il metabolismo (l’equilibrio tra l’anabolismo, costruire, ed il catabolismo, demolire) ci permette di vivere ed esistere. Se al normale catabolismo sommiamo il lavoro eccessivo che il nostro organismo è tenuto a svolgere a causa delle intolleranze alimentari, dell’inquinamento ambientale, dei farmaci, degli additivi, dei vizi quotidiani quali l’uso di droghe, il fumo, l’eccesso di alcol, di cibo etc., ci ritroveremo, prima o poi, ad un limite intollerabile ed il corpo reagirà in modo piuttosto “saggio”, cercando di portare via queste tossine tramite tutte le fasi di escrezione o di secrezione, come la respirazione, la sudorazione, l’emesi, la dissenteria, la traspirazione, etc. La pelle stessa è una via di eliminazione verso l’esterno, così come lo sono i capelli.
Quando tutto ciò non basta, si “vanno a bruciare le tossine”. Questo bruciare, lo dice la parola, è l’infiammazione. Inizialmente con l’infiammazione localizzata, come il mal di gola, il dolore alla spalla, al piede, etc. si cerca di bruciare l’accumulo per migliorare il problema localmente. Però può esserci anche un incendio generalizzato sistemico ed a questo punto si parla di febbre, l’ipertermia. È importante ricordare che noi bruciamo fisiologicamente a 37 gradi, ma quando si tratta di far fuori un certo numero di accumuli, di rifiuti, ci può essere la necessità di alzare ulteriormente la temperatura (questo dovrebbe farci riflettere sull’uso di acqua calda nell’uso della doccia che non dovrebbe mai superare la temperatura corporea).
Questo fenomeno del mesenchima che brucia per poi ricostruirsi avviene, dentro di noi, in media ogni 12 ore, permettendo al corpo di difendersi. Ci sono pazienti che manifestano sintomi di infiammazione in vario modo, con emicranie, allergie, artriti, moltissime altre espressioni patologiche. A volte il sintomo (manifestazione esterna che qualcosa non va dentro di noi), può essere sottovalutato, trascurato per anni. A quel punto intervenire diventa molto difficile, l’organismo ha superato la fase di infiammazione acuta ed è ormai diventata cronica.
Lo spazio intercellulare è fondamentale che resti pulito da scorie di accumulo. Questo spazio fra le cellule è il canale di comunicazione dei molteplici e distanti distretti corporei, ove passano capillari sanguigni, arteriosi con ossigeno e nutrimento, e venosi che insieme ai linfatici portano via i rifiuti. Se queste vie di comunicazione si intasano per l’accumulo di tossine, il passaggio dei nutrimenti fatica ad arrivare alla cellula, ma soprattutto la cellula fatica a buttare fuori i suoi rifiuti ed inizia ad intossicarsi, prima all’interno, ma successivamente può insorgere la sua degenerazione la quale a volte può portare fino alla neoplasia, letteralmente “nuova formazione”, che è sinonimo di tumore, termine che indica una massa di tessuto che cresce in eccesso ed in maniera scoordinata rispetto ai tessuti normali.
Come si fa a capire se si soffre di intolleranze alimentari?
La sintomatologia delle intolleranze alimentari varia notevolmente da persona a persona, assumendo sfumature e intensità differenti. Tra i sintomi più comuni troviamo:
- Stanchezza cronica: una spossatezza persistente che non trova giustificazione nella normale attività quotidiana.
- Variazioni di peso ingiustificate: aumenti o cali di peso repentini, non proporzionati al regime alimentare seguito.
- Gonfiori addominali: una sensazione di pesantezza e tensione a livello addominale, spesso accompagnata da flatulenza e meteorismo.
- Ritenzione idrica: accumulo di liquidi nei tessuti, che si manifesta con gonfiore alle caviglie, mani e viso.
- Tachicardia e aritmie: alterazioni del ritmo cardiaco, come battito accelerato o extrasistole, non dovute a patologie cardiache primarie.
- Ipersudorazione: sudorazione eccessiva e frequente, anche in condizioni di riposo o temperature fresche.
- Mal di testa: cefalee ricorrenti, spesso associate ad altri sintomi come stanchezza e difficoltà di concentrazione.
- Dolori articolari: dolore e rigidità alle articolazioni, che possono peggiorare con il movimento.
- Dermatiti: eruzioni cutanee, prurito e secchezza della pelle.
- Problemi digestivi: diarrea, stitichezza, dolori addominali e reflusso gastroesofageo.
Come mai si diventa intolleranti ad alcuni alimenti?
Le cause precise delle intolleranze alimentari rimangono ancora avvolte nel mistero, ma diverse teorie tentano di fare luce su questo complesso fenomeno. Una delle ipotesi più accreditate suggerisce una difficoltà del corpo a digerire correttamente un determinato cibo, a causa di una carenza di enzimi digestivi, di un’alterazione della flora intestinale o di una predisposizione genetica.
Quali sono gli alimenti che generano più intolleranze?
L’intolleranza alla caseina è certamente una delle più diffuse, insieme ad un altro gruppo molto importante, quello dei prodotti ittici, pesci, crostacei e molluschi. Altro importante gruppo è quello dei frutti a guscio e delle graminacee, che portano a dover eliminare dalla tavola cibi come il frumento, la segale, l’avena e il mais. Poi abbiamo le solanacee che comprendono ortaggi di cui consumiamo i frutti (pomodori, melanzane, peperoni) o la porzione tuberosa del fusto sotterraneo (patate) ma anche una serie di vegetali i cui estratti un tempo erano utilizzati come veleni ed oggi, a dosaggi titolati, come farmaci. Spesso si riscontra anche una marcata intolleranza all’istamina, contenuta in alimenti quali fragole, ananas, pera, papaya, agrumi, cioccolato, funghi, pomodori, avocado, noci, nocciole, mandorle, anacardi, albume, pesce, soia, papaya, agrumi, spezie, cioccolato, crostacei e frutti di mare. Appartengono a questa categoria anche le bevande alcoliche fermentate come il vino e la birra. Altra intolleranza, spesso potenziata dall’abbinamento alle graminacee, sono i lieviti, presenti nei prodotti da forno e nella birra.
Cosa fare se si è intolleranti?
La diagnosi di un’intolleranza alimentare può rivelarsi un percorso impegnativo, data la variabilità dei sintomi e la possibile sovrapposizione con altre condizioni mediche. Per questo motivo, è fondamentale rivolgersi a un medico esperto che possa effettuare una visita accurata, raccogliendo una dettagliata anamnesi e prescrivendo gli esami diagnostici necessari. Tra questi, un ruolo importante può essere svolto da:
- Esami del sangue (ALCAT test): utili per individuare la presenza di anticorpi specifici contro determinati alimenti.
- Test del respiro (Breath-test): permette di valutare la produzione di gas intestinali in risposta all’assunzione di specifici cibi.
- Dieta di eliminazione: consiste nell’eliminare dalla dieta un alimento sospetto per un periodo di tempo e osservare se i sintomi migliorano.
- Test kinesiologici: una tipologia di test che si serve del principio della risonanza. Un campione di alimento viene messo in risonanza tramite contatto con il paziente e attraverso un test muscolare (solitamente quadricipite o deltoide) si rilevano delle variazioni indicative di uno stato di disturbo. Il paziente perde molta energia nel momento in cui viene messo a contatto con l’alimento-fonte non tollerato. Questo test è scarsamente standardizzabile in quanto molto dipende dalla forza del paziente e dell’esaminatore.
- L’elettrodiagnosi (Vega test, SARM test, elettroagopuntura secondo Voll, Mora test, Terapia Bikom e altri): molto in voga in ambito omeopatico, osteggiato dalla medicina allopatica, ma utilizzato da molti professionisti con risultati incoraggianti. Il principio sfruttato è quello della biorisonanza. Si tratta di test tecnicamente molto simili anche se “filosoficamente” molto diversi, nei quali un apparecchio elettrodiagnostico (in pratica un misuratore di impedenza) misura sui punti di agopuntura del corpo umano le variazioni di potenziale elettrico del punto stesso; il circuito elettrico contiene una fialetta che contiene a sua volta una soluzione liquida del cibo o del farmaco da testare e le variazioni elettriche del circuito dovrebbero indicare la presenza o meno di una allergia o di una intolleranza.
Come disintossicare il corpo dalle intolleranze alimentari?
Il trattamento delle intolleranze alimentari si basa principalmente sull’eliminazione drastica e precisa dalla dieta dei cibi che le scatenano. Si tratta di un cambiamento che richiede impegno e costanza, ma che può apportare significativi benefici alla propria salute e al benessere generale.
Se soffrite di intolleranze alimentari, ecco alcuni consigli generali per una dieta corretta:
- Elimina dalla dieta gli alimenti intollerati.
- Leggi attentamente le etichette degli alimenti.
- Cuoci cibi freschi e non confezionati.
- Evita i cibi processati ed i fast-food.
- Mangia molta frutta e verdura.
- Bevi molta acqua.
- Assumi integratori enzimatici o probiotici, se necessario, previo consiglio di un professionista.
Conclusione
Le intolleranze alimentari possono essere un problema serio, ma con una diagnosi corretta ed un trattamento adeguato, è possibile gestire i sintomi e migliorare la qualità della vita.
Se vuoi approfondire noi ti suggeriamo questo testo molto interessante “Diversamente sani” del dottor Massimo Citro Della Riva, laureato in medicina e chirurgia, in lettere classiche e specializzato in Psicoterapia.
Non esitate a consultarci se pensi di avere un’intolleranza alimentare, il nostro team di esperti avrà la soluzione per migliorare il tuo stato di salute personale.

