vitamina c sistema immunitario

Vitamina C e sistema immunitario: dalla controversia Mayo Clinic alla ricerca contemporanea

da Redazione
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Nel marzo 1966, Linus Pauling tenne una conferenza a New York per ricevere la Medaglia Carl Neuberg. Aveva appena compiuto 65 anni. A un certo punto del discorso, quasi per inciso, espresse il desiderio di vivere altri 15 o 20 anni — il tempo necessario, disse, per assistere ai grandi progressi scientifici che sentiva imminenti.

Tra il pubblico c’era Irwin Stone, un biochimico che da anni lavorava sull’acido ascorbico. Il 4 aprile 1966 gli scrisse una lettera in cui faceva riferimento a quel desiderio, proponendogli il suo “Regime di Acido Ascorbico ad Alto Livello” e sostenendo che avrebbe permesso a Pauling di mantenersi in salute per i successivi cinquant’anni.

Pauling era scettico. Iniziò comunque a seguire il consiglio e notò quasi subito la scomparsa dei forti raffreddori stagionali di cui soffriva da una vita. Da quel momento aumentò progressivamente i dosaggi e dedicò gli ultimi trent’anni della sua carriera allo studio della vitamina C. Morì nel 1994 a 93 anni — 28 anni dopo quell’incontro, superando ampiamente i 20 che aveva sperato.

Questo dettaglio biografico resta aneddotico, ben lontano da una prova clinica, ma rappresenta il punto di ingresso di una storia scientifica che vale la pena ricostruire con precisione, perché le conclusioni tratte pubblicamente si allontanarono da quelle che i dati autorizzavano.


Il Morbidity Index: uno strumento diagnostico mai adottato

Prima di entrare nella vicenda Mayo Clinic, vale la pena recuperare un contributo di Stone che rimase ai margini del dibattito mainstream pur contenendo dati clinici di notevole interesse.

Nel suo lavoro The Healing Factor: Vitamin C Against Disease, Stone sviluppò il concetto di “morbidity index” — indice di morbilità — basato sul rapporto tra acido ascorbico ridotto (AA) e acido deidroascorbico (DHAA) nel sangue. L’intuizione originale era di Chakrabarti e Banerjee, che nel 1955 avevano documentato un fenomeno paradossale: nei pazienti che si aggravavano e morivano di meningite, tetano, polmonite e febbre tifoide, i livelli di acido ascorbico scendevano progressivamente mentre quelli di acido deidroascorbico salivano. Nei pazienti che sopravvivevano, il trend si invertiva.

Nelle parole dello stesso Stone, che cita il lavoro di Chakrabarti e Banerjee:

*”They found that the ascorbic acid levels went down and dehydroascorbic acid levels went up as their patients became sicker and finally died from meningitis, tetanus, pneumonia, and typhoid fever. If the patients survived, the trend was reversed.”*

Stone elaborò questi dati in un indice quantitativo: i soggetti normali mostravano un morbidity index di circa 15; i pazienti critici che sopravvivevano scendevano a circa 1,0; quelli che morivano raggiungevano valori di 0,3-0,5. Durante la convalescenza dei sopravvissuti, l’indice risaliva a 3,0-5,0.

La proposta di Stone era che questo rapporto — facilmente ricavabile da un prelievo ematico standard — potesse diventare uno strumento diagnostico e prognostico di uso clinico ordinario. Non entrò mai nella pratica. La misurazione differenziata di AA e DHAA era metodologicamente complicata e soggetta ad artefatti analitici, e la ricerca si era già orientata altrove. Stone stesso notava che decenni di lavoro erano stati compromessi dall’uso del “totale” ascorbico come unica misura, rendendo non comparabili tra loro studi condotti con metodologie diverse.


La vicenda Mayo Clinic: una cronologia metodologica

Nel 1976 Cameron e Pauling pubblicarono i risultati del loro studio su 1100 pazienti oncologici terminali, già discussi nella Parte 1 > link. La Mayo Clinic, sotto la guida del dottor Charles Moertel, produsse due studi successivi destinati a replicare l’esperimento.

Primo studio Mayo Clinic (Creagan et al., NEJM 1979). Arruolò 123 pazienti con cancro avanzato, trattati con 10 grammi di vitamina C orale al giorno. Risultato: nessun beneficio rispetto al placebo. La critica di Pauling fu immediata: i pazienti erano stati quasi tutti pesantemente pretrattati con chemioterapia, mentre nello studio Cameron-Pauling solo 4 su 100 avevano ricevuto trattamenti di quel tipo. La somministrazione era inoltre esclusivamente orale, non endovenosa come nella fase iniziale del protocollo originale.

Secondo studio Mayo Clinic (Moertel et al., NEJM 1985). Avrebbe dovuto rispondere alle critiche di Pauling replicando più fedelmente il protocollo originale. Presentò invece tre differenze sostanziali: il dosaggio fu ridotto a circa 8 grammi al giorno, la somministrazione rimase esclusivamente orale, e — punto decisivo — la vitamina C fu sospesa ai primi segni di progressione tumorale, dopodiché i pazienti tornarono alle cure standard. La durata media del trattamento fu di 2,5 mesi.

Nello studio Cameron-Pauling la vitamina C era stata continuata indefinitamente, anche dopo la progressione: una modifica sostanziale, che alterava la logica stessa dell’intervento, non una variante minore. Pauling lo contestò punto per punto. Ma c’è un dato ulteriore che raramente viene citato in questo dibattito: 121 pazienti — la dimensione del campione del secondo studio Mayo Clinic — non offrono la potenza statistica necessaria per rilevare effetti moderati su una popolazione oncologica eterogenea. Il disegno era insufficiente prima ancora di discutere i parametri del protocollo.

Moertel presentò i risultati in una conferenza stampa nel gennaio 1985, dichiarando che la vitamina C era inefficace nel trattamento del cancro. I giornali ripresero la notizia. Le repliche di Pauling e Cameron trovarono scarsa accoglienza editoriale, arrivando in ritardo e senza la stessa amplificazione mediatica. Il danno reputazionale fu immediato e duraturo — non perché le obiezioni metodologiche fossero state confutate, ma perché il sistema di diffusione dell’informazione scientifica non funzionò simmetricamente.


La replica giapponese che non ottenne la stessa visibilità

Quello che il dibattito pubblico degli anni Ottanta quasi completamente ignorò è che i risultati di Cameron e Pauling erano già stati replicati e superati, in Giappone, con dosaggi ancora più elevati.

Murata, Morishige e Yamaguchi della Saga University pubblicarono due studi — nel 1979 e nel 1982 — su pazienti oncologici terminali trattati con dosi orali di acido ascorbico comprese tra 5 e 30 grammi al giorno, con alcuni pazienti che ricevevano oltre 30 grammi. I risultati furono inequivoci: i pazienti che assumevano vitamina C ad alto dosaggio vissero in media sei volte più a lungo rispetto a quelli che ne assumevano meno di 4 grammi; nelle pazienti con cancro uterino il rapporto di sopravvivenza arrivò a quindici volte.

Come nello studio Cameron-Pauling, si trattava di studi retrospettivi senza randomizzazione — limite metodologico che va riconosciuto. Ma la convergenza dei risultati tra Scozia e Giappone, con popolazioni diverse e ricercatori indipendenti, avrebbe richiesto quantomeno un trial prospettico adeguatamente finanziato — rimasto, ad oggi, sulla carta.

Il commento del dottor Louis Lasagna, farmacologo della University of Rochester Medical School, rimase emblematicamente isolato nel dibattito dell’epoca: *”It seems indefensible not to at least try substantial doses of vitamin C in these patients.”*


Cosa è successo dopo: la ricerca contemporanea

La vicenda Mayo Clinic sospese il capitolo scientifico per circa vent’anni, fino a quando nuovi strumenti farmacodinamici permisero di riaprirlo su basi più solide.

Nel 2004, Padayatty e colleghi dimostrarono sugli Annals of Internal Medicine che le concentrazioni plasmatiche ottenibili con somministrazione endovenosa sono da 70 a 140 volte superiori a quelle raggiungibili per via orale, si veda la Seconda parte del nostro approfondimento > link. Questo dato rese retrospettivamente incomparabile il confronto tra lo studio Cameron-Pauling e gli studi Mayo Clinic: erano esperimenti su due interventi farmacologicamente diversi, non varianti dello stesso trattamento.

Nel 2005, Chen e colleghi pubblicarono su PNAS il meccanismo: ad alte concentrazioni plasmatiche, l’acido ascorbico genera perossido di idrogeno nei tessuti tumorali. Le cellule cancerogene, con ridotta capacità di neutralizzarlo attraverso la catalasi, vanno incontro a morte cellulare selettiva. Il meccanismo era riproducibile in vitro e coerente con le osservazioni cliniche accumulate in decenni di pratica ortomolecolare.

Il National Cancer Institute americano finanziò studi di fase I che confermarono un profilo di sicurezza elevato fino a 1,5 g/kg. Gli studi di fase II produssero segnali positivi in alcune tipologie tumorali — in particolare come adiuvante alla chemioterapia in tumori ovarici e polmonari, con riduzione della tossicità e miglioramento della qualità di vita. Nessuno di questi ha ancora generato un trial di fase III. Le ragioni sono strutturali: l’acido ascorbico è una molecola non brevettabile, il che riduce a zero l’incentivo economico privato per trial registrativi su larga scala.


Vitamina C e sistema immunitario: l’evidenza consolidata

Il dibattito oncologico ha in parte oscurato un corpo di evidenze più robusto sul ruolo della vitamina C nella funzione immunitaria ordinaria.

L’acido ascorbico si accumula selettivamente nei leucociti, con concentrazioni intracellulari da 50 a 100 volte superiori a quelle plasmatiche. Nei neutrofili è necessario per chemiotassi, fagocitosi e produzione di specie reattive microbicide. Nei linfociti T e B supporta proliferazione e sintesi anticorpale. La deplezione durante le infezioni acute è rapida: i livelli plasmatici scendono significativamente nelle prime ore di una risposta infiammatoria attiva — dato coerente con quanto Stone aveva documentato attraverso il morbidity index decenni prima.

La revisione Cochrane del 2013 (Hemilä e Chalker) rimane l’analisi metodologicamente più rigorosa sull’argomento. I risultati mostrano che la supplementazione regolare non riduce l’incidenza dei raffreddori nella popolazione generale, ma riduce la durata degli episodi dell’8% negli adulti e del 14% nei bambini. Negli individui sotto stress fisico intenso — maratoneti, sciatori, militari in addestramento — la riduzione dell’incidenza raggiunge il 50%.

Il dato sull’incidenza nella popolazione generale è quello tipicamente citato per liquidare la vitamina C come inutile contro le infezioni respiratorie. I dati sulla durata e sulle popolazioni sotto stress vengono sistematicamente omessi. È lettura selettiva dell’evidenza: produce una conclusione formalmente corretta ma sostanzialmente fuorviante.


Dove si colloca oggi la vitamina C

Sul fronte oncologico: profilo di sicurezza documentato, meccanismo d’azione confermato in vitro, dati preliminari di efficacia come adiuvante in alcune tipologie tumorali — un candidato per trial di fase III mai condotti per ragioni economiche più che scientifiche, non un trattamento oncologico validato per uso autonomo.

Sul fronte immunologico: il ruolo della vitamina C è solido e non controverso. Il dibattito riguarda i dosaggi ottimali, non la rilevanza biologica. I 90 mg della RDA prevengono lo scorbuto, un traguardo diverso dall’ottimizzazione della risposta immunitaria; usarli come metro per valutare interventi a dosaggi dieci o cento volte superiori resta un errore di categoria prima ancora che di interpretazione.

Cinquant’anni di ricerca hanno già dato una risposta chiara sul fatto che la vitamina C ad alte dosi abbia effetti biologici rilevanti: su questo i dati convergono. La domanda rimasta aperta riguarda piuttosto quali popolazioni, quali patologie e quali protocolli specifici producano benefici clinici netti e misurabili con la robustezza metodologica che le linee guida richiedono. È una domanda che da quanto abbiamo visto è empiricamente sostenibile. Il fatto che non sia ancora stata affrontata adeguatamente dice più sul sistema di finanziamento della ricerca che sull’acido ascorbico.

Fonti bibliografiche

Stone I. The Healing Factor: Vitamin C Against Disease. Grossman Publishers, 1972. [archive.org, pp. 174-183]
Chakrabarti R, Banerjee S. Dehydroascorbic acid levels in blood of patients with various diseases. 1955.
Cameron E, Pauling L. Supplemental ascorbate in the supportive treatment of cancer. PNAS, 1976 e 1978.
Creagan ET et al. Failure of high-dose vitamin C therapy to benefit patients with advanced cancer. NEJM, 1979.
Moertel CG et al. High-dose vitamin C versus placebo in the treatment of patients with advanced cancer. NEJM, 1985.
Morishige F, Murata A. Prolongation of survival times in terminal human cancer by administration of supplemental ascorbate. J Int Acad Prev Med, 1979.
Murata A, Morishige F, Yamaguchi H. Prolongation of survival times of terminal cancer patients by administration of large doses of ascorbate. Int J Vitam Nutr Res Suppl, 1982;23:103-113.
Padayatty SJ et al. Vitamin C pharmacokinetics: implications for oral and intravenous use. Annals of Internal Medicine, 2004.
Chen Q et al. Pharmacologic ascorbic acid concentrations selectively kill cancer cells. PNAS, 2005.
Hemilä H, Chalker E. Vitamin C for preventing and treating the common cold. Cochrane Database of Systematic Reviews, 2013.
Carr AC, Maggini S. Vitamin C and immune function. Nutrients, 2017.

Fonti web

Testo integrale di “The Healing Factor: Vitamin C Against Disease” di Irwin Stone, con la descrizione originale del morbidity index, Internet Archive
https://archive.org/details/healingfactorvit00ston
Studio giapponese di Murata, Morishige e Yamaguchi su pazienti oncologici terminali trattati con alte dosi di acido ascorbico, Int J Vitam Nutr Res 1982
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/6811475/
Primo studio della Mayo Clinic su vitamina C orale ad alto dosaggio in pazienti oncologici già trattati con chemioterapia, NEJM 1979
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/384241/
Secondo studio della Mayo Clinic, con dosaggio ridotto e sospensione della vitamina C alla progressione tumorale, NEJM 1985
https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJM198501173120301
Studio di farmacocinetica di Padayatty sulle differenze plasmatiche tra somministrazione orale ed endovenosa di vitamina C, Annals of Internal Medicine 2004
https://www.acpjournals.org/doi/10.7326/0003-4819-140-7-200404060-00010
Studio di Chen e colleghi sul meccanismo pro-ossidante selettivo dell’acido ascorbico sulle cellule tumorali, PNAS 2005
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC1224653/
Revisione sistematica Cochrane di Hemilä e Chalker su vitamina C, incidenza e durata del raffreddore comune, aggiornata al 2013
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8078152/
Rassegna di Carr e Maggini sul ruolo della vitamina C nella funzione immunitaria innata e adattativa, Nutrients 2017
https://www.mdpi.com/2072-6643/9/11/1211
Sintesi PDQ del National Cancer Institute statunitense sulla vitamina C endovenosa in oncologia, con bibliografia clinica aggiornata
https://www.cancer.gov/about-cancer/treatment/cam/hp/vitamin-c-pdq
Scheda per professionisti sanitari del NIH Office of Dietary Supplements su dosaggi, sicurezza e funzione immunitaria della vitamina C
https://ods.od.nih.gov/factsheets/VitaminC-HealthProfessional/

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    2 commenti

    Vitamina C e dosaggio terapeutico: una storia lunga cinquant'anni Luglio 4, 2026 - 8:47 am

    […] La risposta a queste domande è esposta nei contributi successivi LINK1 e LINK2 […]

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    Bicarbonato di sodio: performance sportiva e infiammazione Agosto 1, 2026 - 1:46 pm

    […] Nel 2018, un gruppo di ricercatori del Medical College of Georgia (Augusta University, USA), finanziato dai National Institutes of Health, ha pubblicato sul Journal of Immunology uno studio che ha aperto una prospettiva inattesa sul bicarbonato di sodio; un tema trasversale che approffondiamo anche nel nostro articolo sulla vitamina C e il sistema immunitario. […]

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